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Capitolo 7

È orribile. Non si può ammazzare così un ragazzo. Saverio aveva solo 23 anni. Le guardie hanno giocato al tiro a segno con i candelotti lacrimogeni e hanno centrato in pieno Saverio. Poteva essere una strage. Stavamo sfilando per le vie di Milano e ci hanno caricato. Un giornalista è stato colpito da un proiettile. Hanno detto che Saverio si è sentito male ed è morto. Ma non è vero. L’hanno ucciso. Assassini. BASTA BASTA BASTA. 12 dicembre 1970
Io non avevo neanche sei mesi e probabilmente mia madre mi aveva lasciata a Roma con papà per partecipare a questa manifestazione. Cerco su internet qualche informazione su quell’anniversario tragico della strage di piazza Fontana. Scopro che il corteo era a rischio. E lo sapevano tutti. Quel pomeriggio nel centro di Milano erano in programma quattro manifestazioni. Due erano autorizzate: quella del Movimento studentesco che aveva organizzato un sit-in antifascista nei pressi della Statale e quella dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia per protestare contro le condanne a morte inflitte ad alcuni militanti baschi dal regime franchista al termine di un processo svoltosi a Burgos in Spagna. Il comizio in piazza del Duomo organizzato dai circoli anarchici in occasione del primo anniversario della strage di piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli e l’adunata in piazza San Carlo dei gruppi del neofascismo cittadino legati al Msi erano invece state vietate dal questore per “motivi d’ordine pubblico”. Al termine del comizio gli anarchici si sono mossi in corteo e la polizia, agli ordini del vicequestore Vittoria, li ha caricati alle spalle per spingerli verso l’Università Statale presidiata dal Movimento Studentesco. Nel frattempo alcuni squadristi iniziarono a lanciare molotov contro la sede dell’associazione Italia-Cina e da piazza San Babila numerosi fascisti si diressero verso la Statale. Le cariche proseguirono per un bel po’. Gli studenti volevano difendere la loro postazione mentre la polizia cercava di rompere i cordoni di protezione. Nel corso degli scontri in via Larga, Saverio Saltarelli, uno studente di 23 anni, venne ucciso da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo. Le prime versioni ufficiali sulla sua morte parlarono di “malore” e poi di “collasso cardiocircolatorio”. Dopo l’autopsia, di fronte all’evidenza dei fatti, ammisero che il cuore di Saltarelli fu spaccato da un “artificio lacrimogeno”. Dopo sei anni il comandante del reparto da cui partì il candelotto mortale, fu condannato per omicidio colposo a 9 mesi con la concessione delle attenuanti generiche, la sospensione condizionale e la non menzione1.
Mia madre rimase profondamente scossa da ciò che accade durante quella manifestazione. Si vede perché a questo punto ha interrotto di scrivere sul diario. Nelle pagine successive ci sono soprattutto articoli ritagliati. C’è il manifesto pubblicato da Umanità Nova dopo gli scontri in cui morì Saltarelli sopra al quale ha annotato: «è stato oggetto di attenzione da parte della procura della repubblica di Roma, che vi ha trovato “giustificazioni sufficienti” per far scattare il famigerato codice Rocco: “notizie atte a turbare l'ordine pubblico”. Il sistema borghese italiano si qualifica sempre meglio: anziché incriminare i responsabili delle violenze poliziesche e della morte del povero studente, si perseguono coloro che denunciano la violenza e il sopruso».
Poi c’è un articolo staccato da “A”, di Guido Montana datato aprile 1971: “Valpreda è innocente”.
«L’istruttoria contro Valpreda non è solo sostanzialmente assurda, politicamente pazzesca e giuridicamente inconsistente, ma anche formalmente contraddittoria e illogica. Scrive Wittgenstein: “Pensate gli strumenti della cassetta di un operaio: ci sono martello, pinze, sega, cacciavite, regolo, barattolo, colla, chiodi e viti. Le funzioni delle parole sono così diverse come le funzioni di questi oggetti”. Non ho citato senza ragione il filosofo del neo-positivismo logico. Ad onta della retorica degli uomini di legge, le parole hanno un senso inequivocabile, sono strumenti per conoscere la verità. Ma quante parole sono a tal fine realmente utilizzabili, nei diciassette volumi (10 di atti e 7 di allegati) che il 26 settembre 1970 gli uscieri romani hanno depositato in cancelleria? Il processo verbale del caso Valpreda consta di migliaia e migliaia di pagine. In moneta sonante, fotocopiare l’intera istruttoria comporta la spesa di circa 3 milioni di lire.
«L’imputato povero è sistemato», scrive ancora Montana, «dovrà affidarsi al buon cuore dello Stato, per prendere semplicemente conoscenza di ciò che lo Stato stesso ha preparato contro di lui. In quest’oceano cartaceo di parole inutili e di tortuosa sintassi leguleia, la verità sulla strage di Milano rischierebbe di affondare irrimediabilmente, se alla fine la parola inequivocabile, logica, non venisse incontro all’imputato come un’ancora di salvezza. Rappresenta per lui lo strumento razionale affinché “il sonno della ragione (in questo processo) non generi mostri” e Valpreda eviti di divenir vittima di una cavillosa e ingiusta procedura. In realtà si resta allibiti dinnanzi alla compunta sicurezza degli inquirenti, quando parlano di prove o comunque di serissimi indizi. Noi, al contrario, ci proponiamo di dimostrare che, solo a condizione di capovolgere il senso logico dei fatti, si potrebbe giungere a una convinzione di colpevolezza degli imputati».
Le ultime quattro righe sono sottolineate più volte. E sul bordo mia madre ha scritto CONTROINFORMAZIONE. Continuo a leggere nonostante abbia un vuoto allo stomaco. Dovrei andare a prepararmi un panino, ma non riesco a smettere.
«A lume di logica, la difesa degli imputati è implicita nelle stesse parole della pubblica accusa, che nell’intento di accusarli, in realtà ne conferma implicitamente l’innocenza. La montagna di parole», insiste A, «dopo avere partorito il suo bravo topolino, si sfalda a causa delle sue stesse contraddizioni logiche. Per dimostrare questo, non è necessario svolgere ipotesi più o meno credibili; basta ricondursi all’oggettività delle parole. Innanzitutto, consideriamo la figura del principale imputato. Dunque, Pietro Valpreda, per l’accusa, è colpevole: è anarchico, quindi predisposto - secondo il P.M. - alla violenza, alle bombe. A parte il fatto che la violenza e il tritolo sono prerogativa innanzitutto dei fascisti, e di questo si è avuta ampia dimostrazione in questi ultimi tempi, non si vede perché un anarchico violento, dinamitardo come sarebbe il Valpreda, perdesse il suo tempo (e molti chili di peso) a fare sciopero della fame davanti al palazzo di giustizia a Roma, per protestare contro l’ingiusta detenzione preventiva di giovani compagni imputati dell’attentato alla Fiera di Milano. Un anarchico carico d’odio e di bombe (secondo la tesi cara alla pubblica accusa) non passa i suoi giorni e le sue notti all’addiaccio nutrendosi di acqua pura e di vitamine».
«C’è inoltre da osservare che un attentatore incallito, come sarebbe il Valpreda», fa notare Montana, «non agirebbe nel modo idiota in cui avrebbe agito, se realmente le bombe alla banca dell’agricoltura fosse stato lui a mettercele, e non i fascisti e gli agenti dei servizi segreti come noi supponiamo. Se fosse realmente colpevole, avrebbe mancato alla regola principale di ogni dinamitardo: quella di operare nell’ombra, in modo anonimo, senza mettersi in vista né dare spettacolo di sé. Valpreda si è “esibito”, al contrario, per giorni e giorni, lo hanno fotografato in tutte le guise assieme ai suoi giovani compagni, favorendo così la crescita dell’archivio fotografico che lo riguarda nelle redazioni dei giornali e presumibilmente, in quello della squadra politica. Ora, un atteggiamento simile, da parte di chi si prepara a compiere una strage di pacifici cittadini, è certamente assurdo e si giustificherebbe soltanto con la follia del protagonista. Ma il Valpreda è mentalmente sanissimo, secondo la perizia».
«La nostra opinione, su questo punto, è meno cervellotica di quanto non si immagini. In realtà, l’esibizione del personaggio Valpreda dimostra solo una cosa: lo sciopero della fame, le proteste, ecc. - legittime per qualunque altro cittadino - non lo sono per un anarchico, che così facendo si espone alla cupidigia di provocazione del potere costituito, di gruppi reazionari alla ricerca di capri espiatori. Mi spiego: se un gruppo di anarchici fa un’azione clamorosa, che diviene centro di attenzione per l’opinione pubblica, se protestano contro il sistema, contro lo stato, ecc., ciò vuol dire che per il perbenismo ognuno può aspettarsi tutto da loro, persino un attentato. E quando ciò accade, nessuno se ne meraviglia. Questo vuol dire che un’eventuale provocazione, diciamo pure un complotto, organizzato da tutt’altra parte, può trovare subito pronte delle vittime, dei “colpevoli” da additare all’opinione pubblica e consegnare, senza eccessive proteste, alle forze repressive dello stato. Noi dimostreremo che i “congiurati” della destra, e probabilmente gli stessi professionisti del crimine di stato, anche stranieri, hanno prescelto un gruppo di anarchici semplicemente per precostituire degli imputati per un delitto commesso invece da loro stessi. E hanno prescelto Valpreda e i suoi compagni, perché in quel momento essi rappresentavano il gruppo più battagliero, più irrequieto, più disponibile alla protesta clamorosa, esemplare. A questo proposito, quando il pm parla di “azione esemplare” teorizzata dal gruppo, evidentemente confonde la protesta clamorosa ma pacifica con l’uso della dinamite. Quando cita lo slogan “La prassi nasce dalla azione”, quasi a prova “ideologica” della loro colpevolezza, dimostra tra l’altro una notevole ignoranza del pensiero anarchico. La prassi, cioè il comportamento, i modi di intervento nella vita sociale, politica, ecc., sono in effetti il risultato della concreta esperienza, e cioè dell’azione. Solo in questo senso deve essere interpretata la frase “incriminata”. Ma il pm, per comodità dialettica, rovescia il pensiero e in pratica dice: la prassi anarchica nasce dall’azione; quindi più l’azione è violenta, distruttiva, più la prassi e il comportamento sono anarchici. Così giunge alla facile e semplicistica conclusione che una bomba è la migliore dimostrazione dell’anarchia!».
La parte che segue è piena di rimandi. Ai bordi ci sono diversi numeri cerchiati, come si trattasse di note. Prima di continuare a leggere vado in cucina. Ho fame. Apro il frigorifero e prendo un barattolo di olive che mi ha regalato Salvatore, il mio amico pescatore. Me ne torno sulla poltrona, non prima però di essermi fermata davanti alla finestra ad ammirare il maestoso carcere di santo Stefano illuminato dagli ultimi raggi di sole.
«Vediamo ora la questione del circolo XXII Marzo», prosegue l’articolo. «La storia di questo gruppo è abbastanza nota e singolare. Alcuni giovani anarchici che frequentavano il circolo romano “Bakunin”, cominciarono a dissentire politicamente da esso, finché non costituirono un altro circolo. Il pm, soprattutto dopo la pubblicazione di “Strage di stato”, è giunto alla conclusione che in effetti fu il Merlino a condurre il gioco, nell’intento di costituire un centro di provocazione. Il Merlino, ex-fascista mascherato da anarchico, in realtà attivista dei gruppi di destra e del sottobosco neofascista, era collegato ad alcuni elementi provocatori, come per esempio Stefano Delle Chiaie (detto il “Caccola”), il quale - particolare curioso ma significativo - dopo essere stato convocato dal giudice istruttore quasi a chiusura dell’istruttoria, accusato di reticenza sui rapporti col Merlino, si rendeva latitante durante un intervallo dell’interrogatorio... con la scusa di dover andare al gabinetto. Il fatto che Merlino fosse probabilmente l’ispiratore dell’operazione “22 Marzo” non prova assolutamente che i suoi compagni ne fossero consapevoli. Secondo il pm, poiché Merlino era un noto provocatore (noto, ora, al pm, non agli anarchici!), la posizione dei coimputati si aggraverebbe, in quanto sarebbe dimostrata la concordanza esistente tra i vari aderenti al gruppo, riguardo alla prassi operativa, e cioè alla violenza».
«A parte che c’è violenza e violenza», puntualizza Montana, «tale convinzione dei pm è strabiliante, solo se si pensi che il Merlino fu fermato la sera del 12 dicembre, che fu il primo a subire l’interrogatorio in questura e ad accusare i compagni, per dimostrare che non già lui bensì costoro erano i veri ispiratori e istigatori degli attentati. Dunque, la pubblica accusa, mentre da una parte accetta la tesi che Merlino fosse l’istigatore e l’ispiratore del gruppo, dall’altra ritiene attendibile le accuse del Merlino stesso contro i suoi compagni, che dimostrerebbero l’esatto contrario: non lui ma gli altri avrebbero ispirato e “istigato” all’attentato dinamitardo. Il che è una vera e propria contraddizione in termini, un bisticcio logico di cui solo il pm possiede la chiave per venirne a capo. Infatti delle due l’una: o il pm crede realmente a un Merlino istigatore, e allora in questo caso deve giudicare inattendibili le sue dichiarazioni contro gli altri imputati quali “istigatori” e “organizzatori”; o crede invece alle dichiarazioni del Merlino, e allora costui, non è più l’ispiratore, l’istigatore, ecc., e poiché non vi sono né prove né accuse contro di lui, nemmeno da parte dei suoi ex-compagni, dovrebbe essere prosciolto dall’accusa di concorso in strage. Su quali elementi il pm basa la colpevolezza del Merlino? Sul fatto che sarebbe l’ispiratore, lo stratega lucido, diabolico dell’attentato. Ebbene, in questo caso le accuse di Merlino contro Borghese, Mander, ecc., sono logicamente false. Costoro non possono averlo sollecitato a partecipare agli attentati e soprattutto non possono averne ottenuto un rifiuto (come ha dichiarato il Merlino). Avrebbe rifiutato ciò che egli stesso istigava gli altri a fare? E i suoi compagni, si sarebbero dunque lasciati “ispirare” dal Merlino, quando lui stesso si rifiutava? Non ha senso, e il pm dovrebbe convincersene. La logica vuole che Merlino non poteva né rifiutare, né tanto meno ispirare, ma solo provocare, come in effetti sembra aver fatto. E la prova della provocazione - cosciente o no, da parte del Merlino, non sappiamo - è data dal fatto che Merlino è stato interrogato per primo. Dunque, la base dell’inchiesta contro il “22 Marzo” si è costituita, è anzi stata provocata dalle risposte da lui date agli inquirenti, e cioè sin dal primo momento delle indagini. Ma se le dichiarazioni di Merlino sono inattendibili, tutta l’istruttoria Valpreda - 22 Marzo ha un vizio d’origine, sul quale non è lecito sorvolare».
«Chi aveva interesse agli attentati del 12 dicembre 1969?», si chiede mia madre all’inizio di questa parte dell’articolo. Poi scrive sul bordo: La strage di piazza Fontana è parte di un piano finalizzato a respingere le lotte sociali in atto e a buttare i socialisti fuori dal governo, ripristinando una coalizione centrista aperta all’Msi. A ciò sarebbe dovuto seguire un colpo di stato tipo greco2.
Alla fine dell’articolo c’è annotato a matita che la moglie di Pinelli, Lucia, ha denunciato Calabresi e tutti gli agenti (i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli, e il tenente dei carabinieri Savino Lograno), visto che erano presenti ai vari interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre ‘69. La denuncia era per omicidio volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i denunciati.
Mia madre poi scrive: La pista anarchica è stata costruita già prima dell’attentato dalla polizia e da Avanguardia nazionale, che aveva infiltrato Merlino a Roma, e Lotta di popolo che aveva infiltrato Nino Sottosanti, il sosia di Valpreda, tra gli anarchici milanesi. Non si tratta si un attentato contro il sistema, ma del sistema perché non mirava a destabilizzarlo, ma a consolidarlo.
Sulla pagina seguente annoti che: Il 21 ottobre è stata riesumata la salma di Pinelli. Sul collo hanno riscontrato una ecchimosi di cm 6x3 presumibilmente provocata da un colpo di karaté (metodo usato dalla polizia) sicuramente precedente alla caduta. Vengono fatte prove con un manichino che escludono completamente il suicidio. Allora chi è stato a buttarlo di sotto?
Le pagine che seguono sono niente altro che una cronologia degli avvenimenti di quei mesi. Scrive dello sciopero generale per il diritto alla casa proclamato da Cgil CISL Uil; del giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz che spicca mandati di cattura contro i neonazisti padovani Franco Freda, Giovanni Ventura e Aldo Trinco per le bombe del 1969; dell’assalto fascista all’università Statale di Milano. Poi a novembre, il 24, registra che a Milano, polizia e carabinieri intervengono contro una manifestazione del Movimento Studentesco all’università Statale: 72 feriti, 11 arrestati e 275 denunciati.
Si segna perfino che il 24 dicembre Giovanni Leone è eletto presidente della Repubblica con i voti determinanti del Msi. L’anno nuovo, il 1972 si apre nel suo diario con l’arresto, il 3 marzo di Pino Rauti, fondatore del gruppo neonazista “Ordine Nuovo”, con l’accusa di ricostituzione del disciolto partito fascista e di corresponsabilità negli attentati del 1969. Sul bordo, scritto in verticale, mamma ha annotato che Rauti, indiziato il 22 anche per la strage di Piazza Fontana, è stato scarcerato il 24. Nel quaderno trova spazio anche la prima azione rivendicata dalle Brigate rosse: Idalgo Maciachini, dirigente della Siemens, è sequestrato per alcune ore a Milano. E di seguito il dolore per la morte in carcere dell’anarchico Giuseppe Serantini. Un dolore dovuto non soltanto per l’assassinio in sé e per l’orribile sadismo di alcuni poliziotti, quanto alla copertura che immediatamente gli assassini hanno avuto dalle autorità e da quasi tutta la stampa.
Domenica 7 maggio alle ore 9.30 del mattino Giuseppe muore, e con perfetto tempismo un funzionario della questura si precipita in Municipio per ottenere l’autorizzazione a rimuovere il corpo, tentando così di evitare il necessario esame medico, formalità decisamente scocciante e che secondo i poliziotti di larghe vedute andrebbe eliminata per non intralciare il “giusto compito delle forze dell’ordine”. “Un giovane studente è stato ucciso”, scrivono i giornali. Ma la notizia non fa scandalo: si tratta di un anarchico e per di più di un figlio di genitori ignoti; i suoi assassini sono poliziotti e figli di buona donna. Perciò la vicenda non finisce in prima pagina e dopo un paio di giorni i giornali non ne parlano più. Intanto si tesse la solita fitta rete di omertà, di reticenze mafiose, di scaricabarili. E a tappare la bocca ai compagni di Serantini ci pensa la polizia impedendo comizi, sequestrando volantini, incriminando. Una sola cosa ha consolato i suoi compagni: quando la bara è apparsa uscendo da una fredda sala d’obitorio, nessuna folla di borghesi e piccolo-borghesi, accecati dalla disinformazione televisiva si è istericamente accalcata per applaudire.

 

Note:
1 www.reti.invisibili.net, scheda a cura di Alfredo Simone
2 «Il pm», c’è scritto sull’articolo di A, «fa in pratica questo discorso: gli attentati maturarono nel circolo “22 Marzo”, che sarebbe stato per lui una specie di centro del tritolo, in cui confluirono elementi anarcoidi e un “suggeritore” neofascista camuffato da anarchico (Merlino). Il pm in sostanza ritiene che Merlino non prese parte alla esecuzione materiale dell’attentato, non volendo probabilmente partecipare alla fase più pericolosa del piano; gli sarebbe bastato “ispirare” gli anarchici. L’indagine ha stabilito che Merlino, mentre partecipava alle riunioni del circolo “Bakunin” e poi al “22 Marzo”, era in contatto col gruppo neofascista di Delle Chiaie. Ciò è stato del resto ampiamente documentato dal libro “La strage di Stato”; stupisce anzi il fatto che solo dopo l’uscita del libro il pm e il giudice istruttore se ne accorgessero. Questo servirebbe a dare una patina di credibilità alla tesi degli “opposti estremismi”, che alla fine dell’istruttoria viene accettata, per soddisfare le esigenze d’ordine della società italiana e dei partiti. Ciò non soddisfa, però, l’esigenza di obbiettività; soprattutto se si considera il diritto dell’imputato, che dovrebbe sussistere indipendentemente dall’utilità politica della tesi d’accusa. La sinistra istituzionalizzata sembra d’accordo sulla piega presa dall’istruttoria Valpreda; evita così di porsi la domanda sui motivi che hanno consentito al “Caccola” di rendersi uccel di bosco con tanta facilità. In tal modo l’aggancio diretto tra Merlino e i neofascisti viene sottratto all’approfondimento della verità riguardante sia i veri mandanti che i loro strumenti. La conclusione della requisitoria del pm è infatti esplicita: è vero, ci sono dei colpevoli ancora “ignoti”, che però sono dei complici, anziché dei mandanti. Gli “opposti estremismi”, farebbero quindi parte solo di un gioco pericoloso, criminale, senza alcuna responsabilità dei vertici e di eventuali mandanti! L’establishment è salvo il sistema assolto». Ancora sottolineature: «Una requisitoria di questo genere sembra fatta apposta per mettere in pace la coscienza dei benpensanti: Merlino, fascista e finto anarchico, ispiratore, istigatore, ma non esecutore materiale degli attentati (con un po’ di fortuna se la caverebbe con una semplice condanna per istigazione a delinquere); Gargamelli, esecutore materiale ma solo per l’attentato meno grave (quello alla banca in cui lavorava suo padre); Borghese, complice ma già giudicato seminfermo mentale, nonostante il pm lo ritenesse il “cervello” degli attentati romani! Il vero colpevole, il “mostro” da chiudere in un carcere per tutta la vita, sarebbe dunque Valpreda, il massacratore di innocenti, il bieco dinamitardo, il rottame umano che nessuno potrebbe mai compatire o cercar di salvare. Valpreda: la vittima designata da dare in pasto al perbenismo ipocrita e alle cosiddette istituzioni democratiche».

Capitolo 8

17 maggio 1972. Il commissario Calabresi è stato ucciso.
Era prevista la presentazione al Palazzo Reale di Milano, nella Sala delle Cariatidi, de “I funerali dell’anarchico Pinelli”, una imponente installazione di dodici metri per quattro realizzata da Enrico Baj sotto l’emozione dell’oscura morte di Pinelli. Ovviamente con un altro titolo. Era presentata in catalogo, a nome dell’amministrazione, come «Baj, un quadro». Non era citato mai l’episodio della morte di Pinelli se non come «...un tema di attualità». L’inaugurazione è stata annullata in seguito alla notizia dell’omicidio e l’opera fu censurata1.
Nessuna altra parola sull'omicidio Calabresi. Mia madre non fa commenti sulla sua morte. Usa una frase secca, che non lascia trasparire i suoi sentimenti. Parla solo di una mostra alla quale forse doveva partecipare papà. Probabilmente in un momento successivo aggiunse con una penna rossa: 27 agosto. I neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura sono incriminati dal giudice Franco D’Ambrosio per la strage di Piazza Fontana.
In compenso ha ritagliato e incollato sulle pagine successive del tuo diario due articoli. Uno di Lotta Continua datato 18 maggio 1972 intitolato: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio Pinelli» sul quale c’è sottolineato che l’omicidio Calabresi fu un «atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». L’altro è di “A”.
Non mi sono accorta che nel frattempo si è fatto buio e ho mangiato troppe olive. Ho sete. Vado a prendere un bicchiere d’acqua. Poi però, invece di tornarmene a leggere in poltrona, mi porto i diari in camera. Mi butto sul letto e mi fermo a guardare il soffitto.
Penso a una recente trasmissione televisiva dedicata a Calabresi. C’era Luca Zingaretti che leggeva alcuni brani di un libro scritto dal figlio. Che pure era presente in studio. Ricordo di aver provato una gran pena per lui. Ma poi mi viene in mente che niente di simile è stato fatto per Pinelli. Anche lui è stato ammazzato. Anche lui ha lasciato una moglie e due bambine piccole. Perché non cercare di farsi rispiegare meglio da chi stava in quella stanza, e dagli altri protagonisti di quella vicenda che ancora vivono, quello che avvenne la sera di quel triste 16 dicembre 1969?
Riprendo a leggere: «Il poliziotto dottor Luigi Calabresi, già commissario dell’ufficio politico della questura di Milano, promosso commissario capo dopo la strage di stato, è stato ammazzato con una revolverata alla nuca. Questa è l’unica cosa certa, sinora. Nessuno ha parlato di suicidio o di incidente: le versioni più bizzarre e contraddittorie nascono solo attorno alla morte degli anarchici. È stato ammazzato il poliziotto della Zublema, di Pinelli, di Valpreda, di Feltrinelli ed è l’unico dato di fatto certo. Tutto il resto è fumo, chiacchiere, isteria, congetture, menzogne, illazioni, ipotesi. Noi non vogliamo qui esporre altre ipotesi, ma esprimere la nostra opinione sulla vicenda con sincerità, seppure con minore lapidarietà e completezza di quanto vorremmo, ad evitare - se pure è possibile con i tempi che corrono - di farci incriminare per apologia di reato. Perché è certo che se esprimessimo apertamente quale è stata la nostra reazione emotiva alla morte di Calabresi (e non la nostra soltanto, ma di tanti compagni e non), troveremmo qualche maresciallo, deputato, suora di clausura, impiegato di concetto, pensionato, casalinga, vicepresidente RAI-TV, poliziotto, disposto ad indignarsi e a denunciarci e qualche Occorsio disposto ad indignarsi e ad inquisirci e qualche giudice disposto ad indignarsi e a condannarci. Così anche se esponessimo la nostra opinione netta sull’attentato politico in generale (che pure non è di entusiastica approvazione né di incitamento, ma neppure di ipocrita universale condanna), troveremmo certamente qualche zelante servitore stipendiato dallo stato disposto a ravvisare nelle nostre argomentazioni sanguinarie istigazioni al delitto. Partiamo dal dato di fatto che Calabresi è stato ammazzato e che gli anarchici, i rivoluzionari, i proletari non hanno pianto. Hanno pianto i parenti di Calabresi e del loro dolore ci spiace, ma non più di quanto ci spiaccia il dolore dei parenti di tutte le vittime di incidenti stradali. Certo meno di quanto ci addolori il dolore dei parenti delle vittime della polizia, degli incidenti sul lavoro, dei morti ammazzati nelle guerre volute dai padroni e dagli stati... Hanno finto di piangere, ed in realtà erano spaventati, i commissari, i questori, i prefetti, i ministri, i padroni, i quali hanno scoperto (o riscoperto) che, se il loro sistema è (ancora) possente e può (ancora) uccidere i sovversivi, schiacciare la verità, tenere aggiogate le masse sfruttate, loro, gli individui, non sono invulnerabili. Hanno constatato che, se siamo ancora lontani dal momento in cui l’intera classe dominante sarà chiamata a rispondere dei suoi delitti e la rivoluzione farà giustizia distruggendo il sistema dello sfruttamento e dell’oppressione, già ora la singola rotella dell’ingranaggio repressivo può essere chiamata a rispondere dei suoi atti. Questa paura che abbiamo visto negli occhi e sentito nei discorsi dei potenti e dei loro servi è segno, a nostro avviso, che comunque sia andata la faccenda dell’uccisione di Calabresi, provocazione o vendetta, essa ha avuto il valore di un monito».
«Al momento in cui scriviamo queste righe», continua l’articolo, «quindici giorni dopo il fatto, nessuno tranne forse la polizia (e probabilmente neppure essa) ha elementi concreti per convalidare un’ipotesi interpretativa dell’uccisione del commissario-finestra. Esistono solo, quindi, ipotesi “politiche”. Così la destra dà per certo che siano state le “belve rosse” e la sinistra parlamentare dà per certo che si tratti di una ennesima provocazione. La sinistra extraparlamentare, da parte sua, è divisa tra chi vede in questa vicenda la mano degli assassini fascisti di piazza Fontana e dei loro mandanti e complici (che avrebbero voluto in un sol colpo eliminare uno che sapeva troppo e si era bruciato ed insieme creare una vittima da attribuire ai sovversivi) e chi senza dubbi vede ed esalta in questo gesto una mano rivoluzionaria vendicatrice. Noi non ci sentiamo di escludere nessuna delle due ipotesi. Da un lato, dopo tre anni di strage continua di stato, non ci stupirebbe più nulla e certo il momento scelto per ammazzare Calabresi era quello politicamente meno opportuno ed è servito egregiamente alla recrudescenza della repressione (ma la repressione ne aveva proprio bisogno?) e ci sono, al solito, tante stranezze in tutta la vicenda. D’altro canto non vediamo perché si debba escludere in modo tanto reciso e solo in base a congetture politiche (che ricalcano la traccia un po’ troppo consunta - e poco rivoluzionaria - della provocazione nascosta dietro ogni atto illegale) la possibilità che Calabresi sia stato ammazzato per vendicare Pinelli. Quello che è certo è che nessuna organizzazione rivoluzionaria, anarchica od extraparlamentare, ha progettato questa esecuzione del commissario. Ma non basta certo questo per qualificare di provocazione il fatto. Altro è, inoltre, dissentire sull’opportunità politica di un gesto - che, ripetiamo, neppure noi avremmo consigliato all’ignoto autore; altro è mettere subito avanti le mani impaurite gridando alla provocazione. Il che, oltretutto, non è neppure dignitoso, quando per due anni si è gridato nelle piazze “Calabresi assassino” e “Pinelli sarai vendicato”. Generalizzando il discorso (perché taluni “rivoluzionari”, nella foca di allontanare da sé il sospetto di essere se non complici almeno istigatori e corresponsabili, si sono messi a straparlare) vogliamo poi ribadire che altro è dire che ammazzando re, ministri, generali, eccetera non si abbatte il sistema (ma, ci credano gli ex-parlamentari del Manifesto, neppure quegli incolti di cose socio-economiche che sono notoriamente gli anarchici lo pensano), altro è dire, tout-court, che sempre e dovunque l’attentato politico sia inutile o peggio ancora provocatorio. Andiamoci piano. Non confondiamo la tattica con la paura ideologizzata».
Calabresi venne ucciso a colpi di arma da fuoco davanti alla sua abitazione. Erano le 9,15, il commissario era appena uscito di casa, in via Cherubini, e mentre stava attraversando la strada per raggiungere la sua macchina, una FIAT 500 blu, un uomo (secondo i testimoni oculari, molto alto) lo ha freddato alle spalle con due colpi di pistola, uno alla nuca e l’altro alla schiena, per poi fuggire. Chi era? Nel 1988 un ex militante di Lotta Continua, Leonardo Marino, ha confessato la sua partecipazione all’omicidio e indica come esecutore materiale Ovidio Bompressi, e come mandanti Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Ai tre 22 anni di carcere. La confessione di Marino, però, ha molti lati oscuri. Così come i processi2.
Zia Carla, è tra coloro che non credono alla confessione di Marino. Ma più per miseria umana del suo ex compagno che per i complotti. Fatto sta che, i sette processi a carico di militanti di Lotta Continua, basati sulle dichiarazioni dei testimoni oculari, non sono comunque bastati a fugare i dubbi intorno alla confessione di Marino, a causa di parecchie incongruenze. 




Note:

1 - Ci volle parecchio tempo prima che quel lavoro durato tre anni con sagome, stracci, paillettes, passamanerie, sete e broccati venisse esposto affinché tutti vedessero il dolore di Licia Pinelli e delle figlie che si scontra con l’indifferenza dei generali, le mani contorte che si affacciano dalla finestra della questura di Milano, l’anarchico che precipita urlando nel vuoto.

2 Moltissime prove sono sparite: i vestiti del commissario Calabresi sono stati distrutti, il proiettile che l’ha ucciso è stato venduto all’asta, la macchina che era servita per l’omicidio è stata smontata perché la polizia aveva smesso di pagare il bollo. Anche le circostanze della “spontanea” confessione di Leonardo Marino sono assai sospette. Secondo quanto dice, infatti, il suo pentimento sarebbe arrivato dopo il fallimento di una rapina: prima va dal parroco del suo paese, e poi dai carabinieri. Prima, però, vuole avvertire il PCI, partito al quale è iscritto. Chiede di poter parlare con il senatore comunista Flavio Bertone. Poi, il 19 luglio dell’88, fa la confessione ufficiale. Ma durante il dibattimento emerge che Marino aveva preso i contatti con la polizia già dal 2 luglio: ci sono quindi 17 giorni di colloqui non verbalizzati che la magistratura non ha mai potuto prendere in considerazione. Poi ci sono le testimonianze di chi lo conosceva. Come quella di un suo concittadino che, prima della confessione, lo ricorda povero in canna, salvo poi riuscire a comprarsi di punto in bianco una casa a Sarzana e un camper nuovo. Cosa che non mancato di rilevare anche il parroco. Secondo lui avrebbe ottenuto dei soldi in cambio della sua testimonianza.


Capitolo 9

Nel suo diario scopro che anche le Brigate Rosse hanno fatto delle indagini sull’omicidio Calabresi e sulla morte di Pinelli. Cosa che ignoravo completamente.
Il 15 ottobre è stato scoperto un covo delle Brigate Rosse a Robbiano di Mediglia. L’appartamento era disabitato, ma i carabinieri attesero che rincasassero i brigatisti. Ne hanno presi due, il terzo è stato ferito nel corso di un conflitto a fuoco. Un maresciallo è morto. Pare che in questo covo siano stati scoperti importanti documenti, tra cui l’analisi di vari atti di terrorismo di altre organizzazioni, e alcune contro-inchieste delle BR su azioni di altri gruppi, riguardanti la strage di piazza Fontana, la morte di Giuseppe Pinelli, e quella dell’editore Giangiacomo Feltrinelli e l’omicidio Calabresi. Dobbiamo trovare questa roba. Novembre 1974
Mi sono messa a cercare su internet qualcosa di queste inchieste. C’è poco o nulla. Parte del materiale sequestrato, inizialmente depositato presso il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri di Torino, andò smarrito dopo vari passaggi. In parte forse fu distrutto nel 1992, dopo essere stato ritenuto di nessuna utilità. Altri documenti sequestrati vennero tuttavia trascritti e riassunti dagli agenti che si erano occupati dell’indagine. Sembra che i documenti e le trascrizioni, per motivi misteriosi, non siano mai pervenuti o forse solo parzialmente al Tribunale di Milano. L’oblio fu rotto dalle indagini della Commissione Stragi, che si fece consegnare il materiale superstite. Dalla relazione della Commissione stragi (seduta 8 giugno 2000) si leggono alcuni titoli dei documenti trovati. Un’intervista-interrogatorio su audiocassetta, cui da militanti o fiancheggiatori delle Brigate rosse fu sottoposto il professor Liliano Paolucci, cioè la persona che subito dopo la strage, in modo del tutto casuale, aveva raccolto le confidenze di Cornelio Rolandi, il principale teste a carico di Pietro Valpreda; interrogatori-interviste di alcuni dirigenti del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, al quale apparteneva Giuseppe Pinelli e dal quale era stato espulso Pietro Valpreda; una relazione dalla quale risultava che Pinelli in realtà si era suicidato perché era rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo poi utilizzato per la strage.
Secondo Wikipedia la Commissione Stragi accertò che le contro-inchieste brigatiste avevano raggiunto talvolta risultati difformi dalla opinione comune. Sulle contro-inchieste vi fu una lunga deposizione alla Commissione Stragi dell’ex-capo storico delle Br, Alberto Franceschini. Disse che sulla strage di Piazza Fontana la contro-inchiesta delle BR arrivò alla conclusione che la strage fu opera di una collaborazione tra anarchici, fascisti e servizi segreti.
Un pentito delle BR, Michele Galati, raccontò che la contro-inchiesta era arrivata alla conclusione che materialmente l’ordigno era stato posto nella banca dagli anarchici, che pensavano di attuare un attentato dimostrativo; timer ed esplosivo erano stati messi a disposizione da una cellula nera. I risultati della contro-inchiesta su piazza Fontana furono tenuti riservati, secondo Galati, perché concludeva che l’anarchico che aveva collocato la bomba era morto suicida perché sconvolto. L’inchiesta delle Br, secondo il racconto di Galati, concluse che la strage avvenne per un errore nella valutazione dell’orario di chiusura della banca. Nel settembre 1992, anche l’allora segretario del PSI, Bettino Craxi fece affermazioni analoghe.
La Commissione Stragi accertò inoltre che la contro-inchiesta ebbe come elemento centrale l’interrogatorio di uno degli accompagnatori di Feltrinelli nell’attentato al traliccio di Segrate. L’interrogatorio del compagno di Feltrinelli, chiamato Gunter (o Gunther) fu registrato su nastro magnetico, trovato anch’esso a Robbiano di Mediglia.
A proposito di Feltrinelli, che è morto il 14 marzo 1972, mia madre scrive a giugno dello stesso anno che «In un sondaggio d’opinione fatto pochi giorni fa, dopo la morte di Feltrinelli, il cinquanta per cento degli intervistati si dichiara convinto che l’editore è stato assassinato. Questo, insieme alla pronta denuncia unanime espressa dalla sinistra extraparlamentare, è l'unico dato confortante di quest’ultimo (per ora) omicidio della “strage continua di stato”. Due anni di controinformazione non sono passati inutilmente, se l'opinione pubblica istintivamente non accetta più le versioni ufficiali a proposito di “suicidi” e di “incidenti”. Questa incredulità, del resto, la si ritrova riflessa persino negli articoli di giornali governativi come “Il Giorno” che hanno avanzato dubbi sulla verosimiglianza dell’ “incidente” e riserve su tutte le stranezze della vicenda, sulla ambiguità di questi personaggi, sul significato delle tracce lasciate in giro dal Saba (stupidamente o volutamente?), autonominatosi follemente erede spirituale del “comandante” Feltrinelli... Per il resto, tutta la vicenda ed i suoi sviluppi sino ad oggi sono stati una dimostrazione di forza, da un lato di chi continuando ad uccidere vuole coprire il suo piano di provocazione e proseguirlo in tutta tranquillità ed anzi in affinando la tecnica e dall'altro (ma davvero un altro?) dell'apparato repressivo statale che ha approfittato dell'occasione (inaspettata) per colpire pesantemente gli “opposti estremismi” cioè gli estremisti di sinistra, scatenando in tutta Italia una assurda terroristica serie di perquisizioni, montando una gran storia di inesistenti eserciti insurrezionali rossi, sollecitando con fughe di notizie a senso unico e spesso infondate, una campagna di calunnia contro la sinistra rivoluzionaria (favorita anche da discutibili atteggiamenti di quest’ultima, come l’esaltazione da parte di Lotta Continua del sequestro Macchiarini o la pubblicazione da parte di Potere Operaio di un delatorio comunicato dei G.A.P.). Niente di nuovo in questo. Il cadavere di Feltrinelli è servito non solo a coprire lo scandalo dell'incriminazione dei fascisti per la strage di Piazza Fontana, ma anche a motivare pubblicamente una ramazzata alla sinistra del PCI. La novità è che stavolta la repressione è passata attraverso i cosiddetti e sedicenti magistrati “democratici”, tipo Viola, e non più attraverso i vecchi arnesi reazionari alla Amati. È una novità significativa perché dimostra la fragilità di supposte contraddizioni insanabili interne al sistema. La funzione repressiva della magistratura non viene modificata né attenuata, se non nelle forme, dal modernismo di quei magistrati che prefigurano un modo più agile ed efficace di reprimere. Un’altra novità è costituita dal relativo disinteresse per gli anarchici dimostrato da polizia e stampa, segno che ormai l'offensiva controrivoluzionaria dello stato non ha più bisogno di colpire gli anarchici ma ha trovato altri obiettivi ed anche un po’ segno che il senso di responsabilità dimostrato dal Movimento Anarchico in questi due difficili anni è riuscito a respingere le possibili provocazioni oggettive e soggettive. Solo da qualche località (Treviso, Sanremo, Firenze...) ci sono giunte notizie di perquisizioni a sedi e domicili anarchici. Solo un paio di volte la stampa ha cercato (evidentemente su indicazione questurinesca) di inserire gli anarchici nella vicenda Feltrinelli. Una prima volta parlando di Georg Von Rauch, l'anarchico assassinato dalla polizia lo scorso dicembre come di un “tupamaro” berlinese che avrebbe trafficato in armi con Feltrinelli: il che è pura invenzione perché Von Rauch era un militante della Crocenera Anarchica tedesca e non faceva parte del gruppo Baader Meinhof (che non è un gruppo anarchico). Una seconda volta, più recentemente, mettendo tra i frequentatori della casa di via Subiaco (rifugio di Saba e Viel) la “anarchica” Monica Hertl, la quale non solo non è anarchica ma probabilmente non ha neppure mai messo piede a Milano».
Oddio, non ci sto capendo più niente. Che c’entra mia madre con queste storie? Fascisti, Brigate rosse, la Raf, servizi segreti, anarchici che non sono anarchici... Ma perché ha voluto ficcarsi in questo ginepraio di odio, di violenza lei che l’ha sempre combattuta a tutti i costi? Perché non si è accontentata di quello che aveva a casa, dell’amore di papà, di me che ero così piccola e che avevo tanto bisogno di lei? Io non so se è vero quanto dice Daniele, che la sua morte fu voluta da qualcuno. Certo è che tutto sembra essere diverso da ciò che appare e che qualcuno molto probabilmente avrebbe preferito che non si facessero domande, che non si provasse a vedere oltre l’apparenza.
Come, invece, fece Pier Paolo Pasolini. Hai attaccato sul diario un suo articolo1. Ed è pieno di sottolineature. Come se l’avessi riletto chissà quante di volte. E tutti sappiamo che fine ha fatto e quanto mistero c’è attorno alla sua morte.
La notte tra il primo e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini veniva ucciso. E io sono sprofondata in un sogno molto agitato durante il quale cercavo di scrivere una cronologia. Quella dell’inchiesta di piazza Fontana. La stessa che mi sono ritrovata tra le mani quando mi sono svegliata di soprassalto urlando.
Deve essere caduta dal suo diario nero. È una sequenza di date e di fatti legati alla bomba esplosa nella banca nazionale dell’agricoltura il 12 dicembre 1969 scritti su un foglio a parte.
Inizia con il 14 dicembre 1969 - Vittorio Ambrosini, anziano avvocato e giornalista di Milano, capitano degli Arditi durante la prima guerra mondiale, un passato con posizioni politiche e amicizie che spaziano tra il comunismo, il fascismo e poi il neofascismo, frequentatore durante gli anni '60 di Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo e Pino Rauti, amico dell’allora ministro dell'Interno Franco Restivo, scrive a questi una lettera in cui si diceva a conoscenza dei retroscena della strage, incolpando il gruppo di Ordine Nuovo. Nel luglio 1970, sentito dai magistrati, ritratterà queste sue dichiarazioni, ma nel 1971, incontrandosi con l'amico deputato comunista Achille Stuani, gli confermerà nuovamente le sue accuse contro Ordine Nuovo.
Finisce con la data del 16 marzo 1978 – Aldo Moro è stato rapito dalle Br che lo stanno interrogando. I brigatisti hanno annunciato che quanto rivelerà sarà reso pubblico.
La cronologia s’interrompe qui. E io con un soffocante senso di angoscia provo a riaddormentarmi pensando alla mia bambina e le prometto che staremo sempre insieme. Non la lascerò mai sola. Lei non sentirà mai la mia mancanza, ogni volta che avrà bisogno di me, io ci sarò. Glielo giuro.


Note:
1 «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpe, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ignoti autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ‘68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».